Recensione Dragon Age 2: Parte Seconda

Senza addentrarci troppo nella trama, si può dire che le vicende sono narrate a posteriori da un nano e che vertono sulla storia di un guerriero che attraverserà una terra, la mitica Ferelden, dilaniata da anni di guerra, razzismo, corruzione e scontri di civiltà.
Ma è il gameplay il teatro di questa operazione di svecchiamento mirata a conquistare fette di target tradizionalmente non legato al nocciolo duro dei seguaci del Gdr.
All’inizio il cambiamento può spiazzare i sostenitori di vecchia data: infatti è la spettacolarità la parola d’ordine di Dragon Age 2, in concomitanza con una semplificazione delle meccaniche di gioco. Il momento in cui tutto ciò si rivela palese, è il combattimento. Indice della svolta presa è anche il sistema di aggancio e la necessità di fare leva sul tasto X (A per i giocatori di Xbox 360) in maniera ripetuta ed esagitata, in pieno stile smanettone, per continuare un attacco.
Ma i giocatori abituali di Gdr occidentali no devono avere paura, perché la giocabilità non è stata per nulla snaturata e rimangono quasi intatti il consueto tatticismo e il livello – ancora alto – di difficoltà.
Per quanto riguarda la grafica, il comparto si rivela solido, artisticamente adeguato con il consueto taglio dark fantasy. Le telecamere, che in questo capitolo adottano un comportamento più cinematografico, sostanziano una compromissione ancora più forte tra il media filmico e quello videoludico.
La longevità è come sempre ottima. La campagna principale prevede almeno 40 ore di gioco, ammesso che vogliate percorrerla in fretta e furia, mentre per sviscerare il gioco in tutte le sue parti potrebbero non bastare 80 ore. [Parte Prima]
