Streaming illegale, il tribunale dà ragione a Google

Streaming illegale, il tribunale dà ragione a Google foto

Ha vinto Google. Il processo, che si trascinava da anni, vedeva coinvolti due colossi della comunicazione. Da una parte Google e dall’altra Mediaset. Era stata la società italiana a citare in giudizio il colosso di Mountain View. Accusa? Aver ‘ospitato’ streaming illegale di partite mandate in onda dalla Mediaset.

Sul tavolo non c’era una semplice sentenza. I giudici sono stati infatti chiamati a far luce su un interrogativo, cruciale per i tempi di crescente – e pesante – informatizzazione in cui viviamo. Un provider è responsabile dei contenuti che ospita? Ma soprattutto, è più importante la libertà d’informazione o il diritto a tutelare la proprietà intellettuale (diritto d’autore)?

Il processo aveva scatenato il chiacchiericcio in rete, presto evoluto in vero e proprio dibattito etico e ideologico sul mezzo Internet. Il fronte pro-Google era comunque assai largo. Comunque, mondandolo di chi ha tifato Google solo per poter vedersi preservata la possibilità di guardare partite a sbafo, il fronte coincideva con gli appartenenti alla corrente ‘open source’, appunto favorevoli (anzi si battono per questo) alla libera circolazione di servizi e di software sulla rete.

Streaming illegale, il tribunale dà ragione a Google foto

E’ Google, attraverso un comunicato, a tirare la conclusione della vicenda. Lo fa innanzitutto spiegando dettagliatamente quanto successo: “Rti ci ha citato per violazione del diritto d’autore perchè un portale, ospitato su Blogger, avrebbe effettuato lo streaming di partite di calcio trasmesse dai canali televisivi di Rti. Il Tribunale di Roma ha respinto le richieste di Rti, perchè, a seguito di notifica a Google, il contenuto che avrebbe violato il diritto d’autore era stato rimosso da Blogger”.

Le conseguenze sul piano etico, seppur di prassi, sono comunque importanti. La prima consiste in un determinato concetto di ‘responsabilità online’ destinato a fare scuola (proprio perché fa giurisprudenza) per i casi futuri: “Ha affermato che le piattaforme Web non hanno l’obbligo di monitorare i contenuti caricati dagli utenti alla ricerca di violazioni del diritto d’autore, né di prevenire future violazioni da parte degli utenti”.

L’altra grossa conseguenza è la scala di priorità delle libertà che si delinea a partire da questa sentenza, zona insidiosa in cui è facilissimo impantanarsi: “detiene il diritto d’autore non può pretendere la diffusione di contenuto non ancora presente in Rete. La legittima volontà di tutelare le proprietà intellettuali, dunque, non può essere posta al di sopra della libertà di informazione“.

Rti ha certo mosso causa per difendere i suoi diritti d’autore (tra l’altro Google ha ribadito l’importanza di questo diritto) tuttavia è lecito pensare che intentare cause riguardanti internet e la libertà d’informazione rischi di creare spiragli affinché si proceda, magari a passetti piccoli, a un controllo sulla rete. Una situazione da evitare.

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